Questa è la storia di Nina raccontata da una delle figlie
Voglio raccontare senza usare il solito linguaggio retorico né i termini oggi tanto di moda (sostenibile, condivisione, spendibile, etc…). Capirete se colei di cui narro si possa considerare una “sconosciuta” (solo perché non ne hanno parlato giornali e tv, o il “mondo”), una “piccola donna” (oggi va di moda dire “l'omino” riferendosi a quelle persone che fanno lavori pratici). Capirete anche, forse, quanto sia “comprensibile”il semplice buon linguaggio che ognuno di noi si porta dentro, per fortuna (ma forse no lo usa più per timore d'essere fuori luogo), rispetto a quello standardizzato dalla politica, dalla tv “e via fòrt”.
Oggi le “virtù”sono cadute in discredito e dato che l'apparenza vale ormai più della sostanza, si usano termini come solidarietà (anziché “carità” che significa “avere pietà”); pari opportunità (anziché “rispetto”, che è dovuto in egual misura a tutto, animali e natura compresi, come ben sapevamo fino a ieri anche dal proverbio che recita “chi a-j veul bin a le bestie a-j veul bin ai cristian”); progetto (anziché procedere in qualsivoglia azione con quel buon senso che dovrebbe essere “regola di vita”: ma anche “regole”, ahimè, sono cadute chissà dove e prima delle virtù, dato che “quand che la mare a sghia, la fija as droga…”).
Non ho intenzioni polemiche, è chiaro, dato che ho accettato questo pieghevole da una simpatica amica conosciuta tempo fa dalla parrucchiera (è proprio lì che stamattina me l‘ha consegnato: “ma come faccio a raccontare in così poche righe io che ho da scrivere un romanzo?!” le ho detto scherzando; li me ne ha aggiunto subito altri due, ridendo “ti bastano ora?”. Altre battute tra donne, sempre prese da mille impegni, che si lasciano andare per quella manciata di minuti a commenti, osservazioni e battute, mentre le altre donne “pensano” alle loro teste, lasciandole libere di “deje viass” a quello che sta “dentro” la loro testa. L'idea che proponete è bella, però io sono per il “pane al pane…” e i giri di parole, l' “attualizzare” a tutti i costi mi disturbano, poiché è proprio qui che vedo la radice dei mali d'oggi. Credo che la donna (ma tutti gli esseri viventi)in questo “progresso” forsennato, abbiano perso molto per potersi guadagnare le “comodità” materiali.
Sono stata “tajà cun l'apiot” (tagliata con l'accetta) e sento a pelle quanti giri di parole si fanno oggi in tutti i campi per non dire nulla. Per questo voglio raccontare questa storia, che potrà, nella sua semplicità, dire molto: forse vi infastidirà la mole dello scritto, ma penso che in meno di così non si possa “dire” nulla, trattandosi della vita di una persona (poiché non vi sono vite “piccole” o “grandi” che si possano misurare “con quattro righe”) ma ora comincio a raccontare la storia…
Nina è una splanga, “na fusetta”. Prima delle cinque, quando il gallo ha appena cantato, lei ègià pronta per scendere nel pastino ad aiutare suo marito. Una carezza all'ultimo nato, “mia bela rata!”, bisbiglia guardando nella culla, le gote paffute e sode del suo ultimo frutto: un'altra bimba, la sesta!
Che aggiunta all'unico maschio, primo della nidiata fa in tutto sette.
Ricu sta già infornando. Com'è caldo e pieno di bagliori il pastino! La bocca del grande forno a legna è una vampa di luce e di calore e “sò òm” vi armeggia davanti con gesti misurati e veloci, per sfruttarne al massimo la temperatura: come ogni giorno là dentro entreranno a più riprese, quattro quintali di pane! Micche, biove, rosette, “stirà”, grissini, rubatà, verranno in gran parte “tajà” con la “ras-cia” o “stirà” da Nina, sua moglie “nà fija en piota ch'as gavarìa da ‘nt el feu” com'è proprio il caso di dire, dato che loro due fanno fuoco e fiamme già fin “da la matin d'bun ura”.
Un ticchettare breve ai vetri della porta fa voltare Nina. Senza mollare la ras-cia sorride a Gian ed Ghiotta, sempre il primo a presentarsi con il sacco per il pane. La sua cascina sta oltre il ponte sul Varaita, così lui, dopo aver portato a la “cròta” di magna Maria i bidoni del latte che ha appena munto, approfitta per prendersi un sacco della prima infornata, calda e fragrante: ma passerà ancora, prima di sera, perché quando si miete il grano con tutti “'sti garçun” ,di pane ce ne vanno almeno trenta chili al giorno.
Ricu gli strizza l'occhio e spara a bruciapelo qualche allegra battuta, che fa ridere Gian e Nina fino alle lacrime. Legato il sacco e “marcà tut sul libret “ bisunto e “gajolà”, Gian, e se lo carica in spalla e lo sistema sulla “caretta” vicino ai bidoni vuoti, poi riparte in bici fischiettando attraverso la piazzetta: è quasi giorno.
Ora dalle stanze di sopra cominciano a sentirsi i primi rumori. Nina corre su con “el butin”e comincia a parlare per farsi sentire anche dagli altri: tra po' devono saltar giù anche loro per andare a scuola, anche se solo lì “aramba a cà”. Cambiate le fasce, controlla i vestiti e i grembiulini, sposta calzini e scarpe, scende svelta a togliere il latte dal “putagè”e sistema le scodelle sul tavolo. Il “ciuchin” comincia a farsi sentire e allora si afferra a scendere i due gradini che dividono la grande cucina dalla bottega. “Cerea Gepe, iv buto le quat ed minca di?”, e da quel momento in poi non avrà piu requie: su e giù dalla cucina al negozio, dal negozio al pastino e poi di corsa con il “faudal artrosi” ad attraversare “la panchetta” per prendere qualcosa “a la bottega ed Tòni Daniel” o “al masel”da suo padre, oltre “l'ala” che unisce le due piazze del paese…e tra un cliente e l'altro lava anche, a strappi, la “mojada” che intanto Ricu gli ha portato lì, vicino alla “balera” che passa proprio di fianco a casa e dove lo “scagn”è sempre pronto all'occorrenza… e via così, ridendo e cantando per tutto il giorno. Canta davvero Nina, e ride perché è piena di voglia di vivere: per i suoi “bej ratin”, per “so òm”, per tutti “ij so” che stanno sull'altra piazza, per “e miracoj” e per la vita che ha in sé, semplicemente. Con tutti parla e si intrattiene, scherza, dà consigli, porte allegria e conforta. Tutto ciò che fa (e che spaventa molti solo a pensarci) per lei è come un bel giro di ballo in un prato, il teatro e lo spettacolo in cui la vita l'ha portata e che ogni giorno lei non vede l'ora di ripetere, quasi per migliorarsi ogni volta quando le “masnà” tornano da scuola , li stringe forte baliandole in abbracci veloci, li ascolta raccontare le avventure di scuola e distribuisce intanto le merende, alla svelta, prima che loro scappino nei prati dietro il castello, intruppati coi loro amici a rincorrere capre e vitellini, a raccogliere violette o “famiòle” spingendosi fino “a l'ochetta”.
Quando terneranno bisognerà curiosare nelle cartelle e tenerli d'occhio nei compiti, intanto che pinòta le dà una mano all'asilo, ed ecco che bisogna già fargli l'abbonamento per la corriera, per mandarli a moretta, alla scuola media e i più grandi alle superiori: uno in collegio a Saluzzo, l'altra a Cuneo.
La musica cambia, ma Nina, come sempre, As gava da ‘nt el feu” con Rico, prende” il tor per ij corn” e decidono: “ is na ‘ndoma tuti a Coni!”. Lei per prima soffre a lasciare il paese dov'è nata, lasciare la campagna , la “piana”, per una città ai piedi delle montagne, che già sente fredda.
Ma lei e Rico hanno ij pé per tera” e sanno che la decisione è quella giusta, anche se costerà altri sacrifici, loro che sono abituati a fare salti mortali tutti i giorni, si sentono forti e “per l'avnì ‘ d soe masnà”, ne faranno uno triplo.
Arrivato il giorno “ed fé San Martin” nella piazzetta c'è tutto il paese a salutare la carovana “Pì avosà del pais” che se ne va: grandi e “masnà” schiamazzanti che corrono su e giù, senza rendersi ben conto che non è una ita quella che sta portando via i loro amici, ma l'appuntamento con una cosa anonima senza piazza intorno, né la voce della balera del mulino accanto, né la grande ombra del castello, né il muggire delle mucche che le passano davanti per andare al pascolo o a bere.
“Largo , Coni, ch'i rivoma dcò noi, piasan dla piana!”.
Passato il primo “sburdiment”, “ Nina e “la sua bela crica” non ci hanno messo la scala per ambientarsi, che erano una “compania bin sernùa” già belle che da soli.
Volano gli anni e lì intorno alla nuova panetteria s'è formato un altro paese: gente che va e che viene, che si ferma nel pastino a parlare, che entra per comperare del pane e poi sta lì delle mezz'ore a discorrere (“Vilaneuva o Coni a fa l'istess, perché tò pais a l'è an tò cheur!”). Voglia di vivere, semplice piacere di parlare con gli altri, mai nessuna fretta A tirè giù la seranda”… per andare dove? Ognuno ha il suo teatro, basta capire al volo che se non la fai tu la regia non sopravvivi e che la vita è solo una. Non puoi dividere il lavoro dallo svago, dalle amicizie, dal dolore… E allora metti tutto insieme e vivi sul palcoscenico della tua esistenza cercando di cavarne il meglio, per te e soprattutto per chi ti sta intorno.
Nina, piena di ottimismo e di buon umore, non si lamenta mai, benché abbia anche lei i suoi “lasse – sté” , ma fa esattamente come dice ai suoi figli quando vengono a lamentarsi di qualche “mal ed pansa” : “Va, va, che pecci at passa!”. E dopo le sue di “masnà”, arrivano “ Ij novodin” e la musica continua. Inverni e primavere si susseguono, col bello e il brutto. E viene anche l'estate del 2002, quella più calda e impestata. I falò per la notte “ d San Gioan” son già pronti al paese, là nelle campagne di Villanova, ma a Cuneo si scatena un temporale furibondo. Un nero di pece oscura il cielo, ormai, e raffiche di vento rabbioso strappano fronde, vasi dai davanzali e tutto ciò che capita. Anche una splanga tenace , una “fusetta” che quel pomeriggio il caldo feroce ha fiaccato, d'improvviso se ne vola sorpresa in quel vortice. E' il suo ultimo “San Martin”: “ Arvedse, mama”.

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