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Questa è la storia di Lidia

Questa donna ha lasciato un segno perché…con coraggio e forza di volontà è riuscita ad entrare in sintonia con le persone di cui si è presa cura, guadagnandosi la loro fiducia ed aiutandole a superare e sfatare quelle che erano le loro credenze.
 
Lidia è una persona dal carattere forte e deciso, tratti della sua personalità che afferma di aver sviluppato grazie agli insegnamenti e all'esempio di vita che ha ricevuto da sua madre; si ricorda con piacere quando  proprio la sua mamma le parlava e le dispensava consigli per il futuro esortandola a mantenere sempre, in qualsiasi situazione, la propria dignità e la propria autonomia, facendo sempre “fuoco con la propria legna”.
Della sua infanzia Lidia ricorda soprattutto la povertà in cui versavano le famiglie durante il periodo fascista; tutti indossavano le scarpe di cartone, ma lei fu più fortunata perché sua madre gliene confezionò un paio con la zeppa ed una tomaia recuperata dalla stoffa di uno zaino di un militare! Lidia era figlia unica, quindi ebbe la possibilità di studiare, nonostante anche la sua famiglia non fosse benestante; decise di intraprendere gli studi da ostetrica, ma subito si presentò un problema: la scuola da ostetrica era a Torino, quindi lei avrebbe dovuto viaggiare in treno tutti i giorni, ma mai e poi mai avrebbe osato chiedere ai suoi genitori così tanto denaro per l'abbonamento del treno! Così scoprì che su trecento iscritti, otto avrebbero potuto frequentare a tempo pieno la scuola, stabilendovisi; il problema era dunque risolto perché Lidia ebbe la possibilità di entrare in questo programma, ma ciò la portò lontana da casa per ben quattro anni; i ritmi di vita erano faticosi perché gli studenti di giorno seguivano le lezioni curricolari e praticavano il tirocinio, e di notte restavano in clinica come guardia medica. Ma Lidia sostiene che la scuola da ostetrica fu davvero formativa… “quando sono uscita di lì non ero solo piena di teoria e basta, ero davvero pronta ad operare, perché ero sicura di me”, aveva acquisito, insomma, tutti  gli strumenti necessari per essere un'ottima ostetrica… e questo le fu di grande aiuto negli anni a venire, quando si trovò ad operare in situazioni di precarietà non indifferente.
Durante il periodo di studi, Lidia incontrò un giovane ferroviere di origini calabresi, che si trovava in Piemonte per assolvere il servizio militare e la cui famiglia, composta da tredici persone, abitava a Genova; si sposarono non appena Lidia ebbe compiuto il ventunesimo  anno di età e si trasferirono presso il domicilio dei genitori di lui; durante il periodo passato a casa dei suoceri, Lidia non ebbe vita facile, spesso venne offesa ed ingiuriata, dimagrì moltissimo, ma ebbe sempre la forza d'animo per andare avanti e non lamentarsi mai, neanche con suo marito, per le difficoltà che incontrava quotidianamente nel rapportarsi con i suoceri. Dopo qualche tempo, i due sposi si trasferirono in Calabria,dove vissero per diciotto anni, in quanto il marito di Lidia aveva ottenuto un trasferimento per lavoro… le avventure non erano finite, perché dovettero stabilirsi all'ultimo casello ferroviario della periferia di un paesino in provincia di Cosenza, luogo paludoso e popolato da serpi e topi che spesso di infilavano nella loro abitazione; anche in questa situazione Lidia tirò fuori tutta la sua grinta e non si fece mai prendere dallo sconforto, anzi, sostenne spesso e volentieri il marito che si sentiva in colpa per averla portata in un posto così terribile.
In seguito vennero trasferiti in un altro paese della Calabria sullo Ionio, dove rimasero più a lungo. Lidia ricorda con piacere e nostalgia quegli anni, che furono tutt'altro che facili; dovette imparare il dialetto del luogo per potersi rapportare con gli abitanti sia a livello sociale e comunicativo che dal punto di vista lavorativo; infatti incontrò non poche difficoltà a relazionarsi con la gente del luogo, in prima battuta perché lei proveniva dalla cosiddetta “altra Italia”, e non è un errore di battitura, ma perché a quei tempi chi proveniva dal Settentrione non era solo un abitante dell'alta Italia, bensì proprio una sorta di “straniero” venuto da chissà dove… In secondo luogo le difficoltà e la diffidenza si originavano dal fatto che negli anni del dopoguerra, soprattutto nel Meridione, era pratica comune coloro che si occupavano di far partorire le donne e di accudire i neonati nelle prime fasi successive alla nascita, erano le cosiddette “mammane”, come le chiama l'intervistata, quindi non persone specializzate in quel campo sotto il profilo operativo-professionale.
La signora Lidia racconta di aver imparato molto dall'esperienza calabrese, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto per quanto concerne l'ambito affettivo ed emozionale; narra la difficoltà che ha incontrato nel riuscire ad acquistare la fiducia delle donne che prese in cura, di come sia stato duro cercare di far capire loro che determinate credenze radicate in loro rispetto alla pratica di accadimento dei neonati fossero totalmente infondate e prive di senso.
Le difficoltà erano inoltre legate al fatto che Lidia si doveva recare di persona presso il domicilio delle sue assistite, in quanto non faceva riferimento a strutture sanitarie presenti sul territorio, peraltro in condizioni piuttosto precarie. Racconta che erano sempre “gli uomini” armati di fucile che la venivano a prendere a casa per portarla dalle partorienti, le quali erano donne che, al contrario di oggi, non seguivano un percorso di monitoraggio della gravidanza, quindi spesso portatrici di situazioni particolarmente difficoltose da gestire nel mero momento del travaglio e dalla nascita. Nonostante queste fatiche Lidia è sempre riuscita ad instaurare rapporti improntati sulla fiducia e persino sull'amicizia in taluni casi… veniva considerata “una di famiglia”, “una di loro”.
E non bisogna dimenticare che, oltre che un'ostetrica, Lidia era anche una moglie e la madre di due ragazzi, un maschio ed una femmina, quindi ricopriva altri due ruoli di fondamentale importanza, che la impegnavano profondamente, richiedendole amore, coraggio e tanta forza di volontà.
La sua carriera lavorativa approdò poi, dopo diciotto lunghi ed intensi anni, all'Ospedale Santa croce di Cuneo; Lidia aveva avuto la possibilità di tornare in quelli che erano stati i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza, poteva riavvicinarsi alla sua famiglia e far crescere i suoi figli in un ambiente più sano e non “guastato” dalla mafia, che imperversava nel Sud Italia e rischiava di coinvolgere negativamente i suoi ragazzi. Così scelse di trasferirsi, seppur a malincuore, a Cuneo, ma non si sente di affermare di aver fatto “grandi cose” al Santa Croce, almeno non tanto quanto può essere stato fondamentale il suo contributo nei luoghi in cui aveva vissuto prima… Con un pizzico di rimpianto e di malinconia nel cuore, ricorda quando dopo diciannove, lunghi anni è finalmente riuscita a tornare in Calabria, nel paese in cui aveva portato la sua professionalità e la sua forza… si scorge tanta commozione nei suoi occhi quando racconta il calore e l'affetto con cui è stata accolta dai suoi ex compaesani, che oramai la consideravano “una di loro” a tutti gli effetti.
Questa è la storia di una persona che ora, in pensione, nella sua casa, racconta la sua vita, le sue “imprese”, le difficoltà, ma anche le grandi soddisfazioni che il duro lavoro e la grande forza di volontà e di adattamento le hanno riservato; così si conclude il suo racconto, così ricco di particolari affascinanti… “Io ho sempre vissuto con un obiettivo in testa, mi sono sempre imposta di perseguirlo cercando di non fare male agli altri, ma sempre con onestà, forza di volontà e coraggio. Mentre facevo tutte queste cose non mi rendevo conto di fare tanto, ma adesso sono consapevole del contrario… nella mia vita penso di aver lasciato un segno importante.”   

Angela C.
Anita L.
Anna F.
Beatrice S.
Caterina B.
Ester M.
Francesca C.
Katia B.
Lidia
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